Il seicento
Nascita del sistema solare: la teoria dei vortici
Mentre il sistema copernicano diveniva sempre più convincente, grazie anche alle numerose scoperte che ne davano consistenza, René du Perron Descartes detto Cartesio (1596-1650) noto come filosofo e matematico, supponeva una prima teoria che spiegherebbe l’origine del sistema solare. Egli sosteneva che lo spazio era pieno di sostanze rarefatte messe in moto da Dio le quali si muovano in innumerevoli vortici; in ogni vortice vi sarebbero due tipi di agglomerati: un tipo che si concentrerebbe per formare una stella centrale e altri vortici che creerebbero i pianeti. Uno dei tanti vortici dovrebbe aver formato il sistema dei satelliti gioviani. Il filosofo del Cogito ergo sum propose anche le leggi del moto, un’introduzione alle vere leggi che saranno supportate dalla matematica di Newton. In quello stesso periodo Pierre Gassendi (1592-1655) filosofo, astronomo, matematico e fisico francese, criticò Cartesio soprattutto per il carattere soggettivo delle sue tesi. Nel campo degli studi fece numerose osservazioni sui satelliti di Giove, approfondì lo studio di Mercurio e si occupò come Galileo delle leggi dell’urto e della caduta dei gravi.

Un
altro astronomo dell’epoca da citare è Giovanni
Battista Riccioli (1598-1671), il quale pubblicò una mappa lunare
contenente i nomi dei crateri e delle conformazioni lunari tuttora valide. Il
suo lavoro fu in realtà una continuazione e un perfezionamento di quello
iniziato da Hevelius.
L’astronomia diventa matematica: Newton
Nel
1642 nacque a Wollsthorpe in Inghilterra Isaac
Newton (1642-1727) con alcuni problemi di salute, i quali non gli
impedirono
però di studiare al Trinity College di
Cambridge. Già da quegli anni si occupò di studi matematici, di
osservazioni astronomiche, fisiche e chimiche. Nel biennio 1667-68 con altri tre
accademici presentò le sue ricerche di matematica al maestro Isaac Barrow, il
quale nel 1669 impressionato dall’abilità del giovane discepolo rinunciò
alla cattedra in suo favore, e Newton mantenne la cattedra per ben trent’anni.
Nel 1672 venne eletto membro della Royal
Society di Londra (quando il presidente era Halley) dove presentò la sua
teoria sulla luce e i colori, in cui ne affermava la natura corpuscolare. Nel
1686 pubblica la sua famosa opera Phylosophiae naturalis principia
mathematica, che contiene anche le tre
leggi fondamentali della
meccanica:
il principio di azione e reazione, la persistenza di quiete o di
moto di un corpo ed infine la proporzionalità della forza impressa ad un corpo
la quale determina anche il moto. I Principia di Newton furono una pubblicazione
d’importanza epocale, per la quale Newton afferma la
legge di gravitazione universale. A lui si deve il calcolo infinitesimale,
le funzioni di una variabile, la costruzione di tangenti su curve piane. Studiò
anche la forma della terra,
l’effetto delle perturbazioni dovute all’azione gravitazionale del sole e
quindi il fenomeno delle maree dalla
quale risalì anche alla valutazione della massa della Luna, interpretò
la precessione degli equinozi partendo dalla forma irregolare della
terra. Valutò lo schiacciamento polare conoscendo la velocità di rotazione e
le dimensioni del pianeta. Condusse diversi studi di ottica che lo portarono a
costruire il primo telescopio riflettore, detto appunto newtoniano. Nel corso
della sua vita divenne anche ispettore
della Zecca dello Stato, presidente
della Royal Society e baronetto della
regina.

I telescopi migliorano: le nuove scoperte
Christian
Huygens
(1629-1695) fu un altro dei grandi astronomi del ‘600. Fisico, matematico,
ottico e astronomo olandese. Si dedicò a molti studi di fisica e meccanica, fu
il primo a notare la variazione di forza
centrifuga tra poli ed equatore, e il primo ad ipotizzare una
teoria ondulatoria della luce secondo piccole esperienze, entrando così in
polemica con Newton il quale sosteneva la teoria corpuscolare. Si interessò
alla teoria dei vortici di Cartesio, cercando di perfezionarla. Huygens si occupò
anche di ottica, migliorando
notevolmente gli strumenti astronomici e proprio per queste migliorie fu il
primo a scoprire gli anelli di Saturno
e la sua luna più grande Titano
(1665). Inoltre osservò le zone chiare e scure di Marte,
ne determinò anch’egli il periodo di rotazione, osservò macchie chiare su Giove.

Giovanni Domenico Cassini (1625-1712) fu un grande astronomo italiano poi
naturalizzato francese. A soli 19 anni venne
chiamato come assistente presso un osservatorio
privato vicino Bologna e a 25 anni divenne professore all’università. Nel
1669 venne chiamato a Parigi da Luigi XIV per divenire direttore
dell’Osservatorio di Parigi e membro
dell’accademia delle scienze. La presenza di nuove tecniche di costruzione
dei telescopi gli avrebbe permesso di usare strumenti molto più precisi
rispetto al passato, difatti nel 1665 sul disco di Saturno scoprì la divisione
di Cassini e poi alcuni
satelliti: Giapeto (1671), Rea
(1672), Dione e Teti (1684).
Osservò al telescopio Marte e Giove (il primo disegno di Marte che si conosca
risale al 1636 ad opera di Francesco Fontana a Napoli), determinandone il
periodo di rotazione con dei tempi molto precisi. Sulla superficie marziana poi
osservò il ciclo stagionale delle calotte
polari. Su Giove creò degli effemeridi
per prevedere il moto dei satelliti Medicei. Determinò l’unità astronomica
con un errore del 10% e osservò anche la luce
zodiacale. Tuttavia teoricamente Cassini non fu mai aperto alle nuove idee;
non accettò il modello copernicano, non ammise che la luce ha una velocità
finita come dimostrò Römer, e non accettò tra l’altro la teoria sulla
gravitazione universale.
Ole Christensen Römer (1644-1710) astronomo danese, collaborò con Cassini
all’introduzione del micrometro filare,
nonché ebbe la prima idea di montatura
equatoriale. Ma il suo nome è indubbiamente legato alla prima vera
misurazione della velocità della luce;
utilizzando degli effemeridi di Giove notò come persistesse nel calcolo teorico
un certo tempo tra il fenomeno calcolato (eclissi o transito del satellite) e la
realtà. Da ciò dedusse che data la notevole distanza tra la Terra e Giove, la
luce impieghi un determinato tempo per arrivare sino alla terra, contraddicendo
le convinzioni dell’epoca sull’istantaneità dei fenomeni luminosi. Determinò
quindi una velocità di 225 mila Km/s contro i 300 mila reali. Era un errore
grossolano di misura, ma fu un decisivo passo in avanti nella conoscenza
dell’universo.
Edmund Halley (1656-1742) astronomo e geofisico inglese. Il suo nome è indubbiamente
legato alla celebre cometa che
porta il suo nome. Nacque a Haggeston vicino
Londra e studiò a Oxford senza tuttavia prendere la laurea. Dopo alcuni
rapporti con l’astronomo reale Flamsteed
nel 1678 Halley fu nominato membro della Royal
Society. Viaggiò in Europa incontrando scienziati e astronomi come Hevelius
e Cassini, poi tornò in Inghilterra dove collaborò con Newton; fu proprio
Halley ad incoraggiare Newton alla pubblicazione dei Principia. Fece molti studi
di astronomia come ad esempio quello per misurare la distanza del Sole
sfruttando i transiti di Venere e misurando i tempi di contatto tra bordo
esterno e bordo interno del disco planetario sul Sole. Dopo tre tentativi riuscì
a determinarla con un errore in eccesso dello 0,7%. Nel 1682 osservò la sua
cometa e notando che già in passato in maniera ciclica era avvenuto il
passaggio, ne suppose la ciclicità con un’orbita di 76 anni. Tramite i
calcoli predisse il successivo passaggio, che avvenne puntuale ma che egli
purtroppo non vide a causa della sua morte. Questo fu un grande successo per le
nuove teorie della meccanica celeste.