DIZIONARIO DELLA NOMENCLATURA LUNARE
di
VINCENZO GAROFALO
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GUIDA ALLA CONSULTAZIONE
Il presente lavoro non ha alcuna pretesa di originalità. È il frutto di una ricerca quasi esclusivamente libresca: ci si è limitati a trovare e di volta in volta a sintetizzare, tradurre, contaminare varie fonti, altre volte semplicemente a trascriverle. L’unico pregio che gli si può riconoscere è quello di avere riunito in un solo testo, pronto alla fruizione, una serie di dati, d’informazioni o di curiosità altrimenti sparse e non sempre facili da reperire. E non è poca cosa.
Il destinatario più ovvio di questa fatica è l’appassionato di astronomia che, osservando la luna al telescopio, non si limita a un rapido sguardo (“che bellino!”), ma desidera rendersi conto di ciò che ha sotto gli occhi e accrescere le proprie conoscenze.
Dopo una breve introduzione che ricostruisce la storia della toponomastica lunare, segue l’elenco delle principali formazioni, secondo l’ordine alfabetico.
Per ogni voce si è fornito:
· la natura dell’oggetto (cratere, solco, "mare", "palude", "promontorio", ecc.);
· la posizione con le relative coordinate (di solito trascurate le frazioni di grado);
· se ritenuto opportuno, l’età dei crateri, secondo una scala composta di 5 classi (classe I per i più recenti, V per i più antichi);
· quando possibile, le misure (diametro del cratere a esempio, altezza dei bastioni, estensione in kmq se si tratta di un "mare", lunghezza del solco, profondità della scarpata, ecc.);
· limitatamente ai più interessanti oggetti, una succinta descrizione del loro aspetto;
· spesso, anche se non sempre, l’indicazione di chi e quando assegnò quel determinato nome;
· la traduzione in italiano del nome latino o il nome per esteso del personaggio a cui è intitolato l’oggetto (chiarendo eventualmente chi si nasconde dietro un determinato pseudonimo o un nome d’arte);
· notizie su quel personaggio (a esempio, Copernicus) o su quella formazione terrestre (a esempio, Alpes) da cui è derivato il nome in questione.
Per pura curiosità si è voluto registrare anche qualche nome ormai in disuso, ma che riveste valore storico (a esempio, Mare Astrologorum, Sicilia Insula, Terra Sanitatis, ecc.). Si è pure accennato, qua e là, ai criteri seguiti dai vari "denominatori" nella scelta dei nomi.
Si sono riportate in grassetto le voci alle quali è dedicata una specifica trattazione.
Il corredo d’immagini proviene da disegni eseguiti all’oculare da alcuni soci del CODAS (Luigi Iapichino, Diego Barucco, Davide Mauro) a cui va il mio caloroso ringraziamento.
L’elenco dei toponimi presi in considerazione è sostanzialmente quello della Mappa lunare Hallwag, integrato massicciamente con quello dell’Atlas of the Moon di A. Rückl, e con altri apporti provenienti da varie fonti, per le quali si veda la bibliografia.
L'autore
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BREVE STORIA DELLA NOMENCLATURA LUNARE
Se osserviamo ad occhio nudo la luna piena, possiamo distinguere sul suo disco due zone di differente luminosità. Se poi dimentichiamo, anche per poco, ciò che abbiamo imparato del nostro satellite dai libri o da altre fonti, socchiudiamo gli occhi e ci affidiamo alla libera fantasia, di sicuro riusciamo a scorgervi le più strane figure, i soggetti più insoliti. Chi scrive, da ragazzino, vi vedeva un operaio con la sua pala alle prese con un mucchio di terra, molto simile a quello rappresentato sul cartello stradale "Lavori in corso". Data l’indeterminatezza dell’immagine, ognuno vi riscontra ciò che la sua storia personale e il suo mondo interiore gli suggeriscono.
Fu così che, prima dell’invenzione del
telescopio, qualcuno dotato di spiccata immaginazione credette di scorgere sul
nostro
satellite un uomo appoggiato ad un forcone, in ciò forse suggestionato
dal racconto biblico (Numeri 15:32-6), che parla di un uomo sorpreso a
raccogliere legna nel giorno del sabato e lapidato per ordine di Mosè. Dante
nella sua Divina Commedia (Inferno XIX, 126) ci riferisce la
credenza popolare secondo la quale nel disco lunare sarebbe rappresentato Caino
con un fascio di spine. Avviene così che ancora oggi ad alcuni piace vedervi il
bacio di due amanti. Ma già nell’antichità classica vi fu chi, come Plutarco,
guardò la luna con occhi più obbiettivi, convinto che essa fosse
morfologicamente simile alla terra, con lo stesso aspetto naturale, cioè con
mari, pianure, montagne e vallate. Fu così, infine, che lo scienziato inglese William
Gilbert, sempre prima che fosse inventato il telescopio, provò a tracciare
l’antenata di tutte le mappe lunari: si era intorno all’anno 1600, ma la
mappa sarebbe stata pubblicata solo nel 1651, 48 anni dopo la morte
dell’autore. In essa si può riconoscere da una parte il Mare Imbrium,
cioè delle Piogge, chiamato da Gilbert Regio Magna Orientalis, e
dall’altra i mari Serenitatis (della Serenità) e Tranquillitatis
(della Tranquillità) che insieme prendono il nome di Regio Magna
Occidentalis. Anche il Mare Crisium (delle Crisi) e il Mare
Fecunditatis (della Fecondità) vi sono ben identificabili.
Un salto di qualità negli studi selenografici si ebbe con Galileo Galilei, che diresse il cannocchiale - di recente invenzione - verso il nostro satellite, e ne dimostrò la natura montuosa; poi cercò di misurare l’altezza delle montagne lunari, imitato in ciò da alcuni suoi contemporanei e successori. Non risulta però che Galileo abbia assegnato alcun nome a una qualsiasi formazione osservata.
In questo si distinse invece il gesuita e astronomo belga Michael Florent van Langren, latinamente detto Langrenus, che nel 1645 pubblicò una sua mappa lunare, dove introdusse circa 300 nomi per le principali formazioni. Per le regioni chiare usò nomi come Terra Sapientiæ (della Sapienza), Terra Pacis (della Pace) e così via, mentre chiamò le regioni scure, a torto ritenute grandi distese d’acqua, Mare Venetum, Mare Austriacum e simili. Figurava nella mappa anche un Mare Astrologorum (degli Astrologi o Astronomi, la differenza non esisteva ancora), oggi Mare Frigoris (del Freddo). Per i crateri furono adoperati nomi di santi o di personaggi derivati dalla bibbia. Della nomenclatura di van Langren, l’unico nome "di acqua" che si è conservato è il Sinus Medii (Baia Centrale), così detto per la sua posizione, e sono andati perduti pure tutti i nomi "di terra". Infine la proposta di usare per i crateri nomi di santi non ebbe favorevole accoglienza, perciò di essi oggi sopravvivono solo alcuni: Theophilus (San Teofilo, patriarca d’Alessandria), Cyrillus (San Cirillo, anch’egli patriarca d’Alessandria) e Catharina (Santa Caterina d’Alessandria), che occupano posizioni vicine in prossimità del Mare Nectaris (del Nettare). Vanno aggiunti Isidorus (Sant’Isidoro di Siviglia), Ansgarius (Sant’Anscario, missionario franco) e Dionysius (San Dionisio o Dionigi l’Areopagita, I secolo).
Chi introdusse massicciamente i nomi "di acqua" nelle mappe lunari fu però l’astronomo tedesco di Danzica Johannes Hevel, conosciuto col nome latino di Hevelius. Prima di lui anche Leonardo da Vinci aveva suggerito che le macchie più chiare sulla luna potessero rappresentare zone d’acqua, ma ora Hevelius dava alle aree - a quelle più scure, però - specifici idronomi, usando parole latine come oceanus, mare, lacus, palus (palude) e sinus (baia, golfo, insenatura). A dispetto del fatto che là, sulla luna, non ci sia acqua, tali nomi sono stati riconosciuti ufficialmente; e ancora nella seconda metà del XX sec. sono stati assegnati alle aree della faccia nascosta nomi di "mari", come il Mare Moscoviense e il Mare Ingenii.
Hevelius pubblicò nel 1647 Selenographia,
cioè Atlante della Luna, con mappe dettagliate della superficie e con nomi
completamente nuovi. L’opera è, malgrado qualche inesattezza di disegno, di
gran lunga superiore a quelle allora in circolazione. Da essa derivarono molte
denominazioni tuttora in uso. Dapprima l’autore impiegò, per distinguere i
vari oggetti, i nomi di uomini celebri; poi trasportò sulla luna i nomi di
montagne e di regioni della terra, specialmente quelli antichi, quelli storici.
Così la sua mappa ha un Euxinus Pontus (Ponto Eusino, cioè Mar
Nero), e i crateri ora chiamati Copernicus (Copernico), Tycho (Ticone),
Thales (Talete) ed Endymion (Endimione) erano
chiamati da lui rispettivamente Sicilia Insula, Sina Mons, Sarmatici
Montes e Paludes Hyperboreæ, cioè Isola di Sicilia, Monte
Sinai, Monti Carpazi e Paludi del Nord. Molti di questi nomi sono caduti da
molto tempo in disuso, tuttavia alcuni (a es. Alpes e Apenninus)
si sono conservati.
La pietra miliare nella storia della denominazione degli oggetti lunari è però rappresentata dall’astronomo italiano Giovanni Riccioli, gesuita, e dal suo allievo Francesco Grimaldi. Sarebbe più giusto, veramente, attribuire a quest’ultimo tutto il merito, fu egli infatti l’autore delle osservazioni che portarono alla compilazione di una mappa che fu pubblicata a Napoli nel 1651, quattro anni dopo quella di Hevelius, contenente circa 300 nomi, 200 dei quali tuttora in uso. La mappa era inserita nell’opera di Riccioli, intitolata Almagestum Novum, perciò di solito, e ingiustamente, si fa riferimento a costui come all’unico autore di entrambi i lavori.
Riccioli (cioè Grimaldi) distinse sulla
superficie lunare tre generi di oggetti: i crateri, i "mari" e le
"terre". Ai crateri assegnò i
nomi di grandi uomini, antichi o
moderni, reali o mitici, spesso astronomi, filosofi o matematici, in conformità
alla prima idea di Hevelius. Ma egli seguì un sistema meno casuale, più
meditato ed appropriato. Per i personaggi più antichi scelse l’emisfero nord,
ed è così che qui troviamo Aristoteles, Archimedes, Aristarcus,
Herodotus, Pythagoras, Plato e Thales. In
questa zona collocò anche i pochi nomi provenienti dalla mitologia greca, come Hendymion,
Cepheus, Atlas, Hercules. A studiosi più recenti, quelli
del Rinascimento, riservò invece l’emisfero sud, dove troviamo Tycho, Regiomontanus,
Clavius, Petavius, Langrenus, Vendelinus,
Maginus, ecc. Per i"mari" usò nomi di fantasia, in lingua
latina logicamente. Mare Imbrium (delle Piogge), Mare
Crisium (delle Crisi), Mare Nectaris (del Nettare), Mare Nubium
(delle Nubi), Mare Vaporum (dei Vapori), Mare
Tranquillitatis (della Tranquillità) - quest’ultimo diventato famoso per
l’atterraggio dell’Apollo 11 nel 1969 - tutti questi nomi apparvero
per la prima volta sulla sua mappa.
Nomi di fantasia simili a quelli citati adoperò per le "terre". Vi figuravano Terra Caloris (del Caldo), Terra Vitae (della Vita), Terra Grandinis (della Grandine), Terra Nivis (della Neve), Terra Siccitatis (della Siccità), Terra Sterilitatis (della Sterilità), Terra Vigoris (del Vigore), e così via.
Mentre però le sue proposte riguardanti le prime due categorie (crateri e "mari") ebbero la prevalenza su ogni altra proposta e sono tuttora applicate, l’idea delle "terre" fu presto respinta perché creava equivoci e perplessità: con "terra" si indicava infatti, allora come oggi, anche il nostro pianeta, e generava per lo meno confusione l’uso di tale termine proprio sulla luna. In conseguenza di ciò venne scardinato uno dei criteri di assegnazione dei nomi stessi, e cioè quello del contrasto (a Mare Frigoris si opponeva Terra Caloris, a Lacus Mortis Terra Vitae, a Mare Imbrium Terra Siccitatis, a Mare Fecunditatis Terra Sterilitatis, e via dicendo), in quanto venne a mancare metà della coppia. Tuttavia possiamo ancora rinvenire tracce dell’antica contrapposizione considerando i nomi "di calma", usati in genere per le distese pianeggianti della parte est del disco lunare (come Mare Serenitatis, Mare Tranquillitatis, Palus Somnii, cioè Palude del Sonno, Lacus Somniorum, ovvero Lago dei Sogni), e i vari nomi "di agitazione" (come Oceanus Procellarum, Oceano delle Tempeste, Sinus Æstum, Baia dei Flutti, e Mare Imbrium, delle Piogge, per non parlare dei non sopravvissuti Peninsula Fulgurum, Penisola delle Folgori, Peninsula Fulminum, dei Fulmini, Palus Nimborum, Palude dei Nembi, Insula Ventorum, Isola dei Venti), adoperati per lo più nella parte ovest (ma si vedano le notevoli eccezioni di Mare Crisium, delle Crisi, Mare Spumans, Spumeggiante, Mare Undarum, cioè delle Onde, tutti sul lato opposto).
L’impressione di chi scrive, a proposito dei nomi di fantasia attribuiti a "mari" e a "terre", è che si sia seguito il sistema delle libere associazioni, a partire da punti quasi obbligati.
Se riteniamo estensioni d’acqua le parti scure della superficie lunare, risulta naturale chiamare "oceano" la più vasta di esse, "mari" quelle di media grandezza, "baie o golfi" quelle che per il loro aspetto somigliano a un’insenatura, "laghi" quelle circondate dalle "terre". Con lo stesso criterio possiamo individuare promontori, isole, penisole e paludi. Che poi si denominasse Frigoris un "mare" che si estende a latitudini elevate, lo troviamo ovvio; altrettanto si può dire di Terra Nivis, di Stagnum Glaciei (Stagno del Ghiaccio), Terra Pruinæ (della Brina). E le più crudeli tempeste dove possono aver luogo se non nell’immenso oceano? Ecco allora l’Oceanus Procellarum. Dall’idea di freddo derivò quella di caldo (Terra Caloris e Sinus Aestuum, inteso come "Baia degli Ardori"), dall’idea di tempesta nacquero per somiglianza altre indicanti agitazione (Mare Spumans, Mare Undarum, Mare Crisium, Peninsula Deliriorum (dei Deliri) e lo stesso Sinus Aestuum inteso come "Baia dei Marosi") o, per contrasto, calma (Mare Serenitatis, Mare Tranquillitatis), sonno (Palus Somni, Lacus Somniorum), morte infine (Lacus Mortis) e perfino decomposizione (Palus Putredinis). La morte rinvia all’idea di vita (Terra Vitae): a ciò che la dà (Mare Fecunditatis e Terra Fertilitatis) o a ciò che la nega (Terra Sterilitatis); la vita a sua volta suggerisce la salute (Mare Sanitatis), e questa la forza (Terra Vigoris). D’altra parte le tempeste dell’oceano fanno pensare ai lampi, ai fulmini, alla grandine, alle piogge, ai nembi (Peninsula Fulgurum, Palus Nimborum, Terra Grandinis, tutti nomi ormai in disuso, e Mare Imbrium). Dai nembi si passa facilmente, mediante un climax discendente, magari attraverso uno splendido arcobaleno (Sinus Iridum), alle semplici nubi (Mare Nubium), alle nebbie (Palus Nebularum), alla rugiada (Sinus Roris), ai vapori (Mare Vaporum), all’umidità (Mare Humorum), fino ad arrivare al polo opposto, la siccità (Terra Siccitatis, in disuso).
Un altro criterio seguito dal duo Riccioli-Grimaldi fu quello della polemica nei confronti dei colleghi avversari: Copernico, in quanto autore della non condivisa teoria eliocentrica, fu simbolicamente "gettato" in pieno Oceano delle Tempeste; a Galileo, sostenitore della suddetta teoria, fu assegnato un insignificante microscopico cratere, mentre formazioni molto vistose gli autori intitolarono a se stessi o ad altri uomini di scienza loro contemporanei, anche non particolarmente benemeriti, come Vendelinus, Pitatus, Petavius, Schickard, ecc. A essere maligni, si può persino sospettare un particolare riguardo per gli uomini di scienza appartenenti all’ordine gesuitico (ben 13).
In certi casi si volle accostare il maestro al discepolo (Riccioli a Grimaldi, Copernicus a Ræthicus, Regiomontanus a Walter), il personaggio ai suoi amici (Plato a Timaeus e a Theætetus), oppure semplicemente un mitico uomo forte a un altro (Hercules ad Atlas).
Come è ovvio, per onorare i due precedenti illustri "denominatori" Hevelius e Langrenus, si intitolarono ad essi altrettanti crateri; ma, mentre il primo trovò posto accanto a Riccioli e a Grimaldi, verso il margine ovest del disco lunare, Langrenus, forse con intento polemico, fu collocato in isolamento nei pressi del margine orientale, a sottolineare il radicale allontanamento da parte degli autori dal sistema di nomenclatura di costui.
A grandi linee, i due astronomi italiani stabilirono un modello di denominazione valido fino ai nostri tempi (applicato, ad esempio, per le formazioni del lato nascosto). In breve tempo, infatti, si moltiplicarono sulla luna i nomi geografici, così che Alpes e Apenninus furono seguiti da Carpathus, Pirenæus, Caucasus e molti altri ancora. Ma ci furono anche deviazioni di stile nella denominazione dei "mari": subentreranno nomi "di posizione" (Mare Orientale, Mare Australe, Mare Marginis) o "di appartenenza" (Mare Humboldtianum, cioè di Humboldt, o Mare Smythii, di Smyth).
Verso la fine del Seicento diede apprezzabili contributi alla selenografia Gian Domenico Cassini, autore nel 1680 di una grande carta lunare (54 cm di diametro), dove i disegni somigliano molto alle moderne fotografie. Nella seconda metà del Settecento sono particolarmente importanti i contributi di Johann Tobias Mayer. Fu questi il primo che stabilì le coordinate dei singoli punti del disco lunare mediante effettive misure e non soltanto, come i precedenti ricercatori, con disegni a occhio.
Un decisivo passo avanti, sia nella mappatura che
nella nomenclatura, fu fatto nel 1791 da Johann Hieronymus Schröter,
astronomo dilettante di Lilienthal, presso Brema, che fece molti disegni di
formazioni lunari e aggiunse più di 70 nomi di crateri. Purtroppo il suo
osservatorio nel 1813 fu distrutto dall’esercito invasore francese e molti dei
suoi preziosi appunti andarono perduti.
Dobbiamo a Schröter il metodo di assegnare a un oggetto senza nome della superficie lunare quello del cratere più vicino, che invece ne è fornito. Per esempio, una depressione, come un cratere o una valle, avrebbero aggiunto una lettera maiuscola latina (A, B, C, ecc.), un rilievo, come un picco o una collina, avrebbero aggiunto una lettera minuscola greca (a, b, g, ecc.), mentre i solchi o rimæ, intesi come tortuosi crepacci o strette gole, avrebbero aggiunto un numero romano (I, II, III, IV, V, ecc.) insieme con la lettera r (per rima). Questo sistema è stato modificato e perfezionato in anni recenti, specie per designare le formazioni sul lato nascosto della luna, ma fondamentalmente il metodo di Schröter viene ancora applicato.
Nel 1824 si ebbe l’accuratissima opera di Wilhem
Lohrmann, il quale si era proposto
di rappresentare il disco lunare in 25
grandi tavole, ma si dovette limitare alle prime 4 per sopravvenuta cecità.
Comunque, fu basandosi sulle sue osservazioni che Julius Schmidt pubblicò
nel 1878 un’ulteriore pregevole carta.
Intanto, sempre nel XIX sec., altri due astronomi tedeschi, Johann Heinrich von Mädler e Wilhelm Beer, avevano dato il loro importante contributo alla selenografia quando, nel 1837, avevano pubblicato a Berlino la loro grande mappa della luna. Costoro, ma soprattutto Mädler, avevano aggiunto alla superficie lunare circa 140 nomi.
Con l’avvento della fotografia vennero alla luce ampi atlanti lunari di particolare bellezza. La fotografia celeste aveva segnato infatti un nuovo e grande progresso nella rappresentazione della superficie lunare, in quanto essa garantiva l’assenza di ogni elemento soggettivo che l’impressione del disegnatore poteva indurre. Si ricorda l’Atlas fotographique de la Lune, realizzato agli inizi del XX sec. dagli astronomi Loewy e Puiseux, dell’Osservatorio di Parigi, ma importanti e utili per diversi riguardi sono gli atlanti pubblicati dagli osservatori di Mount Hamilton, di Haward College, di Praga, di Breslavia.
Nel frattempo si era creata una situazione piuttosto confusa e senza regole, con vari selenografi che davano e modificavano i nomi indipendentemente l’uno dall’altro, fino a quando due eminenti astronomi riuscirono a portare un po’ di ordine e a compilare una nomenclatura unificata delle formazioni lunari. Costoro furono Mary Blagg, l’astronoma inglese ora ricordata da un cratere che porta il suo nome, e Karl Müller, esperto selenografo viennese. I risultati del loro comune lavoro furono una mappa della luna e un allegato catalogo, preparato nel 1926 e ufficialmente approvato dall’Unione Astronomica Internazionale nel 1932. Ulteriori emendamenti e modifiche furono apportati su loro raccomandazione negli anni ‘60. Inoltre, come conseguenza dello storico volo intorno alla luna, compiuto dalla sonda spaziale sovietica Luna 3 nell’ottobre del 1959, quando furono eseguite le prime fotografie del lato nascosto, si rese necessaria una intensa opera di identificazione e denominazione di tante nuove formazioni lunari.
Nel luglio del 1969 la navicella spaziale americana Apollo 11 si posò sul suolo selenita e Neil Armstrong camminò su di esso. Il cratere Apollo, sul lato nascosto (38°S / 153°E), fu chiamato così per ricordare questo evento eccezionale.
Oggi la maggior parte dei nomi delle formazioni lunari sono quelli riconosciuti nel 1970 dall’Unione Astronomica Internazionale nella sua 14ª Assemblea Generale, quando ne furono proposti per l’approvazione ben 513 di nuovi. La maggioranza di essi riguardava le formazioni sul lato nascosto recentemente mappato, sebbene alcune aggiunte e modifiche siano state fatte pure per la nomenclatura del lato visibile. Per esempio, il nome Porter era stato proposto per un cratere sul lato nascosto, ma su suggerimento dell’astronomo inglese Patrick Moore fu assegnato a un cratere del lato visibile (all’interno di Clavius).
Originariamente era stato proposto di assegnare i nuovi nomi per il lato nascosto approssimativamente in ordine alfabetico, da nord verso sud, ma questo progetto fu osteggiato per motivi estetici da parecchi cartografi, e così non fu realizzato. Si presentava un’occasione d’oro, comunque, per onorare i principali scienziati e astronomi del XX secolo, e così fu fatto, ma si colse l’occasione per ricordare pure molte personalità del XIX, e persino alcune dell’antichità, come quella di Hippocrates (71°N / 146°W), fisico greco del V-IV secolo a. C. A crateri del lato nascosto furono assegnati perfino un paio di nomi mitologici, come quelli di Dedalo e di suo figlio Icaro (le loro coordinate, rispettivamente 6°S / 180° e 6°S / 173°W, li mostrano l’uno accanto all’altro).
In alcuni casi i nomi proposti per il lato nascosto non poterono in pratica essere usati perché essi somigliavano molto ai nomi del lato visibile, e potevano perciò creare confusione. Per esempio, un ovvio candidato era il nome del fisico e premio Nobel inglese Rutherford. Ma questo non poté essere assegnato in quanto sul lato visibile si trovava già quello dell’astronomo americano Rutherfurd. Similmente il nome del fisico nucleare inglese Max Born non poté essere aggiunto poiché sul lato visibile era già presente quello del fisico danese Niels Bohr.
È coi nomi degli astronauti americani e sovietici, però, che fu introdotta una delle principali innovazioni. Essi, dopo tutto, avevano compiuto un’impresa unica: non solo avevano viaggiato nello spazio, ma anche, nel caso degli americani, avevano letteralmente camminato sul suolo di un corpo celeste diverso dalla terra. Così nella conferenza del 1970 le delegazioni americana e sovietica proposero insieme che i nomi di sei astronauti viventi americani e di altrettanti sovietici fossero aggiunti ai nomi dei cosmonauti morti che erano stati già ricordati sulla superficie lunare. Questo progetto rompeva con la tradizione e sulle prime incontrò qualche opposizione. Alla fine la proposta fu accettata e così i nomi dei tre astronauti americani dell’Apollo 8, Anders, Borman e Lowell (che furono i primi a volare intorno alla luna, nel 1968) furono dati a crateri vicini al cratere Apollo, sul lato nascosto, dove essi stanno accanto ai loro colleghi morti, Chaffee, Grissom e White, mentre i tre uomini dell’equipaggio dell’Apollo 11, Aldrin, Armstrong e Collins, hanno i loro nomi assegnati a tre crateri vicini al loro punto di atterraggio nel Mare Tranquillitatis. Allo stesso modo i nomi dei sei cosmonauti russi viventi, Feoktistov, Leonov, Nikolaev, Shatalov, Tereshkova e Titov, furono assegnati a crateri vicini al Mare Moscoviense (sul lato nascosto) dove furono ricordati anche i loro precedenti colleghi, Komarov, Belyayev, Volkov, Dobrovolsky e Patsayev. Gagarin, in quanto anch’egli cosmonauta - e per giunta quello del primo pionieristico volo nello spazio nel 1961 - ebbe il suo proprio cratere nella zona meridionale del lato nascosto (20°S / 150°W). A un certo punto fu proposto che il luogo di atterraggio dell’Apollo 11 (0° 41’15’’N / 23° 26’00’’) fosse chiamato Statio Tranquillitatis (Base della Tranquillità), ed esso si può ora trovare, segnato con una piccola x, sulla maggior parte delle mappe lunari di un certo livello. In qualche mappa, il punto in cui la navicella spaziale sovietica Luna 9 atterrò sofficemente nel 1966 (7°N / 64°W) fu denominato Planitia Descensus (Pianura dell’Atterraggio).
È forse degno di menzione il fatto che alcuni nomi già assegnati alle formazioni del lato nascosto furono poi cancellati, tra questi l’apparente catena montuosa nota come Montes Sovietici. Quando si accertò che questa "catena" non era affatto una catena, ma semplicemente un raggio luminoso, il nome fu rimosso dalle carte lunari, come avvenne per i nomi di altre quattro cosiddette "catene".
È accaduto che alcuni crateri fossero intitolati a due o anche a tre persone, spesso membri della stessa famiglia, sebbene non sempre. Questo è un modo conveniente per ricordare personalità aventi lo stesso cognome. Ma in qualche caso si può trovare che membri della stessa famiglia abbiano il loro specifico cratere. Un esempio di ciò si ha con la famosa famiglia Curie che comprendeva il chimico francese Pierre Curie, sua moglie Marie Curie e il loro figlio adottivo, il fisico Frédéric Joliot-Curie. (Quest’ultimo era in origine Frédéric Joliot, ma prese il nome Joliot-Curie avendo sposato la figlia di Pierre e Marie Curie, Irene). A Frédéric Joliot-Curie era già stato dedicato un cratere, chiamato (abbastanza logicamente) Joliot-Curie (27°N / 93°E). Quando si scelse di aggiungere i nomi di Pierre e di Marie Curie, erano richiesti tre nomi diversi per tre distinti crateri. La Commissione risolse la questione ridenominando Joliot-Curie come Joliot, chiamando Curie (23°S / 92°E) il cratere di Pierre Curie, e dando al cratere di Marie Curie il nome di Sklodowska (19°S / 97°E). (Sebbene generalmente nota come Marie Curie, ella, polacca di nascita, prima del matrimonio portava il nome di Marya Sklodowska).
Intanto ci sono ancora crateri e formazioni non denominati disponibili per molti nomi, e non si deve pensare che l’attività di denominazione sia ormai esaurita. Essa può essere continuata, d’altra parte, anche per altri corpi celesti. Ormai, in ogni caso, qualunque nome proposto deve essere ufficialmente autorizzato e approvato dall’Unione Astronomica Internazionale.
Dal 1970 un numero di crateri designati con lettere dell’alfabeto precedute dal nome di un cratere vicino (nel modo già spiegato) hanno ricevuto un loro specifico nome. Per esempio, Macrobius A, Macrobius B, Macrobius D e Macrobius L sono ora conosciuti rispettivamente come Carmichael, Hill, Fredholm ed Esclangon. Questi sono tutti nomi minori, comunque, e non sono inclusi nelle normali mappe lunari.
La luna non ha solo i suoi nomi ufficiali, ma anche una piccola serie di soprannomi. Questi furono escogitati, più o meno volontariamente, dai membri delle varie missioni americane Apollo per formazioni locali che bisognava identificare, non avendo ancora un nome ufficiale. Abbiamo così, nell’Oceanus Procellarum, dati dall’equipaggio dell’Apollo 12 nel 1969, i nomi Bench (Banco), Block (Ostacolo), Crescent (Luna Crescente, Mezzaluna), Halo (Alone), Head (Testa), Snowman (Pupazzo di Neve o Uomo delle Nevi), ecc. Altri simili soprannomi furono creati dagli equipaggi di Apollo 14 nel 1971, di Apollo 15 sei mesi dopo, di Apollo 16 l’anno seguente. Nel 1972 l’equipaggio dell’Apollo 17 piazzò una gran quantità di nomi letterari. Tra l’altro ci furono crateri e colline chiamati Brontë, Camelot, Horatio, Shakespeare, con altre formazioni chiamate Sculptured Hills (Colline Scolpite), Tortilla Flat (Pian della Tortiglia, citazione da John Steinbeck) e Wessex Cleft (Gola del Wessex, in omaggio a Thomas Hardy). Non mancarono inoltre nomi prosaici o anche dimessi come Shorty, oppure Bear Mountain (Monte dell’Orso). I soprannomi americani naturalmente non compaiono sulle normali mappe lunari, ma solo su quelle a grande scala che si riferiscono ai rispettivi luoghi di atterraggio delle missioni Apollo.
Per concludere, si può affermare che nel 1982 c’erano sulla luna crateri con loro nome per un totale di 1395 (796 sul lato visibile e 599 sul lato nascosto), mentre altri 7000 crateri circa erano indicati semplicemente da una lettera. Questo vuol dire che i futuri "denominatori" lunari hanno ancora abbondanti possibilità di esercitare la loro immaginazione, la loro intelligenza e la loro inventiva.